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La povertà educativa minorile

15 ottobre 2016

La condizione di povertà di un minore è multidimensionale, frutto del contesto economico, sanitario, familiare e abitativo, della disponibilità o meno di spazi accessibili, dell’assenza di servizi di cura e tutela dell’infanzia: essa non è solo legata alle cattive condizioni economiche, ma è povertà di relazioni, isolamento, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi, di opportunità educative e di apprendimento non formale. La povertà educativa, insidiosa quanto e più di quella economica, priva bambini e adolescenti della possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti ed allargando le proprie aspirazioni. La povertà educativa investe anche la dimensione emotiva, della socialità e della capacità di relazionarsi con il mondo. Si creano così le condizioni per lo sfruttamento precoce nel mercato del lavoro, per l’abbandono e la dispersione scolastica (nelle loro diverse manifestazioni), per fenomeni di bullismo e di violenza nelle relazioni tra pari.

I tempi della crisi e della recessione hanno visto precipitare la spesa sociale in Italia e triplicare l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con almeno un minore, che tra il 2005 e il 2014 è passata dal 2,8% all’8,5%, per un totale di oltre 1 milione di bambini colpiti (1 minore su 10).

Il Rapporto sul Benessere Equo e Solidale in Italia evidenzia come la povertà minorile si sia aggravata, soprattutto nel Sud, non solo per quanto riguarda il livello di istruzione, di formazione e di competenze acquisite dai giovani, ma anche nel decisivo campo delle reti sociali, con il peggioramento dei livelli di partecipazione civica, politica e sociale dei giovanissimi (14-19 anni).

Per quanto riguarda la prima infanzia, la povertà ha effetti di lungo termine e comporta un maggiore rischio di esclusione sociale per gli adulti di domani: già a 3 anni è rilevabile uno svantaggio nello sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei bambini provenienti da famiglie più disagiate e, in assenza di interventi adeguati entro i 5 anni, il divario aumenta ulteriormente.

È ormai diffusa la consapevolezza che l’accesso a servizi socio-educativi di qualità, soprattutto nella prima infanzia, è in grado di incidere sulla riduzione delle disuguaglianze e sull’aumento delle opportunità di “mobilità sociale”.  Per quanto la fruizione di servizi per bambini fino a 3 anni sia in crescita, l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei e dai valori di altri Paesi europei. La copertura media dei nidi sul territorio italiano, ad esempio, era pari nel 2014 al 19,1%, con forti differenze territoriali: dal 2,1% in alcuni territori del Sud al 26,7% nel Centro-Nord.

Questo divario non si riflette solo sull’accessibilità ai servizi educativi e di cura, ma ancor più sulla qualità degli stessi, in funzione certamente della capacità dei comuni e di altri enti pubblici di investire sulla prima infanzia, ma anche della frammentarietà nella gestione dei servizi e della discontinuità delle offerte, della mancata integrazione tra i soggetti coinvolti, del basso stimolo all’innovazione e alla diffusione di nuove pratiche.

Il contributo a carico delle famiglie è aumentato inoltre fino ad un quinto della spesa per gli asili nido: il costo crescente a carico delle famiglie per i servizi alla prima infanzia rischia di mettere in difficoltà i nuclei familiari più fragili o in contesti più svantaggiati, proprio in un momento fondamentale per lo sviluppo delle capacità cognitive dei bambini, che inciderà sui percorsi scolastici e di socializzazione, e quindi nelle fasi successive della loro vita.

Di seguito è disponibile un documento con le prime indicazioni sulle possibili metodologie di valutazione dei programmi
Vademecum valutazione di impatto programmi per il contrasto alla povertà educativa

 

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