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Ott / 17

Promuovere progetti individuali e gestire le relazioni nella comunità educante

In che modo le scuole e gli adolescenti possono essere protagonisti nel contrastare la povertà educativa? A questa domanda si è cercato di rispondere nel convegno che WeWorld Onlus ha organizzato a Milano il 12 ottobre dal titolo: “Povertà educativa: protagonismo delle scuole e degli adolescenti”.

Ci viene detto che adulti, scuola ed adolescenti sembrano non avere più un terreno comune di incontro: il modello d’istruzione autoritario è ormai finito da tempo, gli adulti non hanno più fiducia nelle scuole e gli studenti sono passivi di fronte alle figure educative, le scuole infine inseguono le novità tecnologiche, senza trovare il modo di incanalarle in un progetto educativo. L’incontro di Milano, tra operatori che cercano di cambiare la scuola dal di dentro, esperti che la studiano dal di fuori e educatori del terzo settore, che provano a porre riparo a percorsi educativi accidentati, ha prodotto una riflessione su come contrastare le varie povertà educative. Parole chiave di tale riflessione sono state : passione educativa, responsabilità degli adulti e autonomia operosa degli adolescenti.

Passione di quanti operano nella scuola e nell’extrascuola, perché solo rispecchiandosi in una passione i ragazzi possono stimolare o tenere vivo un proprio progetto di vita. Responsabilità degli adulti verso gli adolescenti perché questi non sono un problema, ma una relazione da attivare e autonomia responsabile degli adolescenti nell’ambito di processi educativi, in cui devono essere in grado di fare qualcosa di utile: nell’avere un tempo per il gioco, l’esplorazione, il mettersi in discussione, non solo verso un risultato.

Il modello che sembra adattarsi meglio a questa riflessione è quello in cui gli attori della comunità educante (in primo luogo la scuola, la famiglia e il terzo settore, ma anche gli stessi adolescenti) sono in grado di stimolare e far crescere progetti educativi individuali, evitando di adultizzare o infantilizzare l’adolescente. Progetti nei quali ciò che conta è testare competenze, consentire all’adolescente di adattarsi in modo resiliente alle difficoltà e guardare al futuro.  In questo senso la figura dell’educatore (maestro, insegnante, genitore, educatore del terzo settore, operatore grezzo del territorio o degli enti locali) sarà sempre insostituibile. Ma nella realtà di una società eterogenea e poco inclusiva, il progetto individuale va calato in un’azione educativa comunitaria, che riguarda una pluralità di adolescenti tra loro diversi (per i contesti da cui provengono, per le loro origini socio economiche e culturali). La comunità educante non può quindi essere un soggetto astratto, una entità sociologica, ma un essere vivo di attori sociali ben riconoscibili, che si danno un progetto condiviso. Perché ciò accada, e soprattutto perché il progetto non sia effimero, servono community workers, operatori di comunità, attivatori e facilitatori delle relazioni al suo interno. Le esperienze portate da Pierfrancesco Pittalis e Girolamo Di Giovanni, in due contesti tra loro diversissimi, le rappresentanze studentesche nella scuola secondaria e l’educativa di strada nell’extra scuola a Borgo Vecchio a Palermo, indicano che quando esistono questi facilitatori, anche i case manager, ovvero gli educatori che agiscono sul progetto individuale, sono supportati  e sono possibili cambiamenti profondi, tanto dei livelli di autonomia degli adolescenti, quanto nella possibilità delle comunità educanti di durare nel tempo, incidendo veramente sulla povertà educativa.

Stefano Piziali, Resp. Advocacy e Programmi in Italia di WeWorld Onlus

[1] Oltre un centinaio di partecipanti tra cui:  Daniele Grassucci di Skuola.net il pedagogista Andrea Canevaro lo psicologo Matteo Lancini, Pierfrancesco Majorino Assessore del Comune di Milano, Patrizia Garista  di Indire, Domenico Chiesa del CIDI, Marco Chiesara di WeWorld Onlus, Anna Serafini, Coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’adolescenza del MIUR

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