13
Giu / 17
foto tratta da Corriere.it

L’Isis dei giovani europei

 

Sono giovani e non hanno una formazione religiosa. Sono questi gli unici due tratti distintivi che accomunano i terroristi che negli ultimi anni hanno colpito le capitali europee o hanno deciso di partire per la Siria.

Per capire chi sono queste persone si può partire dall’analisi del politologo Oliver Roy: secondo le sue osservazioni ci sono poche cose certe su chi decide di sacrificare la propria vita in nome di un supposto jihad. La prima è che sono ragazzi, solitamente tra i 18 e i 28 anni. La seconda è che la religione a cui si appellano è un islam conquistato “da grandi”, non tramandato dalla famiglia o dal proprio contesto più stretto. Sono, infatti, immigrati di seconda generazione, cresciuti in modo laico in Paesi non musulmani, o europei convertiti.

Significa che la loro adesione all’estremismo è un fenomeno socioculturale e non religioso. Che cercano una risposta al loro bisogno di identità e la trovano nell’islam radicale. I genitori di questi ragazzi non hanno trasmesso la religione ai loro figli, anche per problemi di lingua madre, e se ci hanno provato hanno avuto comunque difficoltà a trasmettere quegli elementi legati alla cultura di un popolo che vive altrove. E Gli europei che si convertono provengono da famiglie di classe media che no hanno nulla a che fare col radicalismo e che invece sono attratti proprio dall’uso della violenza. In generale, il 90 per cento dei terroristi non ha alcuna formazione religiosa e ha abbracciato l’islam solo quando ha deciso di dargli un valore politico, di azione e di lotta.

Il problema, dunque, sarebbe la perdita della cultura di origine. Un vuoto identitario che non è stato colmato da nuove proposte.

Il fenomeno, però, si può vedere anche da un punto di vista rovesciato. Per superare l’infanzia, spiegano gli psicoanalisti, tutti gli adolescenti passano attraverso un percorso di radicalizzazione. Questo percorso di ricerca per costruire la loro identità è necessario, ma a volte viene interrotto, ed è qui che nascono forme di estremismo come il jihadismo.

La psicoanalista dell’adolescenza Philippe Gutton fa l’esempio di una “radicalizzazione” avvenuta in Francia: un 15enne di famiglia marocchina non religiosa incontrava giovani che frequentavano la moschea e in questo modo si è appassionato alla religione. La famiglia si è preoccupata e ha cominciato a punirlo per le sue frequentazioni. Lui ha cominciato a estremizzarsi e quando i genitori lo hanno portato dalla psichiatra, vedendola donna, il ragazzo non le ha dato la mano, facendo infuriare il padre.

Dopo aver parlato con la terapista però, constatato che lei gli dedicava il suo interesse e la sua curiosità, l’adolescente l’ha saluta stringendole la mano. Perché in questa fase di crescita il ruolo dell’adulto è soprattutto d’ascolto e di accompagnamento nella formazione di nuovi punti fermi. Il contrasto a un percorso di radicalizzazione “buono”, quello in cui ci si convince dei propri ideali per rendersi autonomi, può portare a una radicalizzazione “cattiva”.

Di Cecilia Tosi, giornalista e autrice de “Il terrorismo spiegato ai ragazzi”

Foto Corriere.it (Fotografo: Scott Peterson / Getty Images)

Questo sito prevede l‘utilizzo di cookie. Continuando a navigare si considera accettato il loro utilizzo. Ulteriori informazioniOK