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Giu / 17

Dal blog- I ragazzi di Catania

Ogni volta che giungo a Catania, nella corte della Piazza dei Mestieri, mi vengono incontro pezzi della mia storia, ragazzi che ho avuto occasione di ospitare a casa mia o con i quali ho avuto modo di stringere dei dialoghi e dei rapporti che nel tempo sono diventati indelebili.

 

La prima a corrermi incontro è Jessica, 15 anni. L’ho conosciuta bene la scorsa estate quando con me è venuta al Meeting di Rimini. Silenziosa, introversa, puntuale, con il peso per lei importabile della separazione dei suoi genitori, ma capace di abbracci e sorrisi dolci e vulnerabili non appena si accorge che si può fidare di chi ha davanti. La prima cosa che mi dice è ” Prof, sono arrivata presto perchè vengo a scuola in motorino!” La guardo e le rivolgo la domanda che lei desiderava sentire: “ Jessica, ma quanti anni hai? Non mi sembra che tu….”. “ Ha ragione prof, non posso ancora avere il patentino, non ho nemmeno l’assicurazione per il motorino, papà non se lo può permettere..”. Si toglie un peso, mi confessa il suo “reato” e torna a sorridere. “ Se non lo facessi non potrei venire a scuola. Con papà ci siamo trasferiti ad XXX, non ci sono mezzi che portano qui…se facessero arrivare la Metro in Piazza Europa potrei farmi 2 chilometri a piedi e potrei arrivare, ma adesso l’unica possibilità è il motorino e io per nulla al mondo rinuncio a venire a scuola!”. XXX non è in capo al mondo, è un quartiere di Catania, ma è comunque dall’altra parte di Catania. Con i mezzi, se mai arrivassero, ci metterebbe più tempo di quanto ne impiego io per venire da Torino in aereo. Solo apparentemente non ci sono più distanze, solo per alcuni.

Jessica non ha scelta, per fare una scelta di libertà come quella che dovrebbe essere garantita a tutti, è costretta a commettere degli illeciti. È ineluttabile.

 

Salvo mi vede passare nei corridoi e chiede di potermi parlare “ Io quella la devo conoscere”.

Facciamo quattro chiacchiere, un misto di catanese stretto e qualche parola in italiano, quando gli chiedo di tradurre perché non capisco, scopro che ho la stessa età della sua nonna (!) e mi racconta perché si trova fuori dalla classe. È stato allontanato perché ha telefonato durante l’ora di lezione “ Dovevo farlo, dovevo avvisare il mio amico che stava arrivando da lui la sua fidanzata, con la quale aveva litigato. Sa, il mio amico è sempre agitato, lui le donne le picchia. Dovevo calmarlo prima che arrivasse lei per non farla picchiare” “ Picchia le donne??” “ Sì, è fatto così, è agitato…”. Stiamo una mezz’ora a dialogare prima di riaccompagnarlo in classe, poi mi faccio raccontare la storia di Salvo, dopo aver guardato il suo profilo facebook. Foto da duro, con il cappuccio in testa, per coprire un visetto infantile, con due baffetti che sembrano quasi uno scherzo, con frasi tipo “Se non giochi con il fuoco morirai di freddo” o con il sostegno per uno dei cento latitanti più pericolosi d’Italia arrestato a Librino. Salvo fa parte di quella vita. Suo padre era uno dei grandi boss del quartiere ed è stato ucciso. Alla sua morte il potere è stato preso dai figli della prima moglie, i fratellastri di Salvo, che ora controllano il traffico di stupefacenti di Librino. La mamma sta cercando di tenerlo lontano, ma quella vita lo chiama, è un predestinato, non può, apparentemente, avere un futuro diverso da quello, non può avere un futuro, gioca con il fuoco. E ineluttabile.

 

Mario, due occhi azzurro mare incastonati in un visetto furbetto, è l’unico rimasto a scuola di sette cugini. Esce di scuola sul motorino di un amico, ovviamente senza casco. Si aggrappa con una posa infantile al ragazzo davanti, lo stringe come se fosse l’ultima cosa che fa nella sua vita. Lo fa perché sa benissimo che non appena si girerà l’angolo il motorino impennerà, l’impennata più lunga possibile, quella che ti fa onore, che ti renderà degno e ti consacrerà alla storia del giorno dopo con gli amici. Quanti ragazzi muoiono sfidando così l’asfalto! Si sentono eroi, gli eroi dell’impennata, gli eroi che non hanno paura. Danilo lo sa che è ineluttabile.

 

Sembra che non sia possibile la libertà, che sia impedita. Mi si stringe il cuore, mi manca il fiato: come è possibile che sia impedito il bene più prezioso che ha l’uomo? Cosa si può fare? Come ci si può opporre a questa evidente ingiustizia?

 

Mi sento chiamare. “ Signora Cristiana?” Mi giro, vedo una giovane donna che è venuta ad iscrivere un ragazzino per il prossimo anno. “ Sono la sorella di Giovanni, lui dopo tre anni che è con voi non è più lo stesso, non capisco cosa gli sia successo, ma non è più lui. Ha visto come è bello oggi a servire al bar della scuola? Voglio che mio figlio diventi come Giovanni è diventato stando con voi. Giovanni è stato a Torino da voi e  mi ha detto che lei è la persona più potente qui. Le devo raccomandare mio figlio, la prego iscrivetelo qui!”. Mi salgono le lacrime agli occhi: Giovanni frequenta il corso di termoidraulica, arriva a Torino con mio figlio Simone per il decennale della Piazza. Simone mi dice: “ Mamma è una scommessa, ti prego di farmi provare con lui, vedo una possibilità di cambiamento, non posso mandarlo in casa di altri ragazzi, dobbiamo tenerlo qui, a casa nostra”. Giovanni è un ragazzo di quartiere, il papà in carcere, così come il fratello. Lui possiede un cavallo che tiene nel garage e che usa per fare le corse clandestine. Certamente non un ambiente per bene…Giovanni sta sempre zitto, rimira le sua scarpe nuove, firmate, ovviamente comprate in fiera per pochi euro. Mi racconta solo che giuda, ma non avendo ancora 16 anni, giuda il motorino tutti i giorni e la macchina solo un giorno sì e uno no…L’ultima sera del decennale il pub è strapieno e Simone decide di dare una mano a servire. Giovanni si alza e chiede di poterlo aiutare. Inizia a copiare ogni gesto di Simone, si muove lesto tra i tavoli, non sbaglia nulla, lo sguardo si alza, il sorriso inizia a increspare la bocca. Alla fine della serata si siede esausto e mi dice “ Vero che sono stato utile? Mi sono divertito e mi hanno pure regalato due lattine di Coca Cola! Da domani vorrei cambiare corso, devo fare sala bar perché non voglio perdere il Prof Simone, devo imparare da lui”

Giovanni cambia il corso, smette di fare corse clandestine, assiste al fratello malato di tumore con una dedizione sorprendete, cerca di non perdere nemmeno un’ora di lezione, si compra un paio di occhiali per sembrare più intellettuale. Deve aspettare quasi due anni perché la regione dia l’autorizzazione a far partire il terzo anno del suo corso, ma non molla, Viene quasi tutti i giorni a scuola a vedere quando può ricominciare, chiede di poter venire a fare lo stage di fine corso a Torino, per “togliermi da qui”, promette che imparerà a parlare l’italiano e si sta sforzando di imparare pure l’inglese.

Era ineluttabile che Giovanni continuasse a fare la sua vita di quartiere, eppure…

Era apparentemente ineluttabile.

 

Giovanni non è l’unico. Incontro Sebastiano, 19 anni, che è tornato da noi, senza peraltro aver mai perso il contatto, per frequentare la terza, anche lui dopo quasi due anni di blocco delle lezioni da parte della regione. Ha voglia di finire per aprirsi un salone di acconciature perché nel frattempo ha avuto una bimba. Mi mostra orgoglioso la foto e mi racconta della sua vita ormai cambiata. Quando lo abbiamo incontrato il primo anno Sebastiano ci raccontava spudoratamente di essere assai in gamba a gestire il traffico di stupefacenti di una piazza di Librino, attività che gli fruttava ben 250€ a notte. Che lavoro avrebbe potuto competere con una tale ricchezza a soli 16 anni! Sebastiano però non si stacca più da noi, gli piace stare lì, imparare a tagliare i capelli ( “solo ai maschi, io le femmine non le tocco!”), mentre a fare la barba con la lama lo impara tra i suoi amici, così come impara a fare le sopracciglia con il filo, secondo una tecnica indiana, da amici appena usciti dal carcere “ prof ma che crede, che in carcere ci fanno tenere le pinzette? Nicolò è uscito e mi ha insegnato questa tecnica che non insegno a nessuno altrimenti mi rubano il mestiere”). Parlare con Sebastiano non è facile, non muove quasi la bocca, la voce è un bisbiglio, in catanese stretto. Non riesco a contare le volte che gli devo chiedere di ripetere in italiano. Appena compie 18 anni si stacca dal traffico e orgogliosamente si apre un “salone” nel garage, usando le bottigliette d’acqua per lavare i capelli poiché non c’è l’allacciatura per l’acqua. Non c’è molto di legale in quel salone, ma è un passo avanti enorme, è il tentativo di vivere lavorando, mettendo a frutto ciò che le mani possono fare, con intelligenza, è il passaggio che lo fa diventare un uomo.

 

Di Giovanni e Sebastiano ce ne sono tanti alla Piazza di Catania, ragazzi con cui si è creato un legame, una storia. Io sono solita dire che l’educazione diventa come una colla: non ci si riesce più a staccare. Appena incontro questi ragazzi, mi torna il respiro, non mi sento più oppressa dall’ineluttabilità della vita. Anche loro, qui, in questa situazione, in questa terra, possono scegliere, possono fare una mossa di libertà. Ma lo possono fare solo se incontrano qualcuno che vuole loro bene incondizionatamente, senza riserve, senza moralismi, qualcuno che li aiuti a guardare al futuro in un modo diverso perché vive il presente in modo diverso. Possono desiderare di cambiare, e questa è la prima vera mossa della libertà: il desiderio. Possono seguire qualcosa o, meglio, qualcuno, che li attrae più del loro quartiere, dei loro amici.

Stando là ormai da parecchi anni credo che sia davvero l’unica possibilità per porre un punto di novità, non una rivoluzione, ma dei punti di luce capaci di attrarre e risucchiare dal nulla.

 

Cristiana Poggio

Vice Presidente Fondazione Piazza dei Mestieri

 

 

 

 

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