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Giu / 17

Dalla locanda dei girasoli: educare all’altro

Sono abituata ad entrare in aula, ad affrontare la platea. Parlare in pubblico di argomenti anche complessi non mi spaventa perché fa parte del mio mestiere.

Si tratta quasi sempre di persone che hanno scelto di ascoltarmi però, con lo scopo di apprendere dei contenuti o di iniziare un percorso terapeutico di gruppo. Adulti, incontrati in contesti lavorativi o di formazione, motivati, talvolta “arrugginiti” nell’apprendimento ma sempre rispettosi ed attenti.

Sono abituata ad entrare in aula, ma questa volta avverto una strana sensazione nell’affrontare la platea. E’ un po’ come tornare indietro nel tempo, un proustiano “effetto madaleine” penso, dato dal profumo dei banchi di scuola, dai libri nuovi di stampa e dalle gomme americane che scoppiettano in bocca a giovani donne e uomini dai jeans strappati. Ci penso meglio, mi fermo un attimo ad assaporare questa emozione per capirne la natura e mi accorgo che si tratta di paura.

Gli alunni ci aspettano da pochi minuti, seduti nell’aula più capiente dell’Istituto ed un brusio di fondo si percepisce già da fuori. Sono preoccupata perché in aula oggi non sono da sola e sento la responsabilità di chi mi accompagna alla volta di questo giovane pubblico distratto da trillanti schermi illuminati a led.

Simone e Giacomo mi osservano, mi conoscono bene e riescono a scorgere nel mio sguardo una forma di incertezza mai data a vedere prima.

Ci penso ancora, resto ferma un altro po’ a guardare i miei giovani accompagnatori, più vecchi di soli pochi anni rispetto a quelli seduti nella sala ad aspettarci.

Sono identici, stessi jeans alla moda, stesso taglio di capelli, in più solo quel cromosoma che determina la sindrome di down.

Giacomo e Simone sono pronti, non vedono l’ora di entrare.

“E’ piena di ragazze bellissime questa scuola” commenta uno “Saperlo prima, mi sarei iscritto qui anziché all’alberghiero!” risponde l’altro, poi ridono e con quella risata spezzano ogni mio residuo di ansia.

Entriamo, varcata la soglia si interrompe il brusio dell’attesa e tutti gli occhi, ben oltre 50 paia di occhi, sono addosso ai miei 2 ragazzi che sicuri, veloci e ancora sorridenti per le battute di prima, raggiungono la cattedra messa a nostra disposizione.

Non c’è più tempo per pensare adesso, è tempo di fare e siamo pronti.

Simone vede il microfono ed è “amore” a prima vista: “Prova… 1, 2, prova! Ma è proprio così la mia voce !? No dico, mi sembra diversa, non sembra la mia .” e perplesso prova a mettere il “gelato” in direzione del collega.

Giacomo risponde senza alzare lo sguardo e non si accorge della sua risposta amplificata: “…tranquillo è la tua voce, solo non sei abituato ad ascoltarti. Noi sì …. Purtroppo !!!”

Ridono di nuovo e stavolta rido anch’io e con noi tutta la platea di studenti.

Due ore volano via senza rendercene conto mentre assistiamo alla trasformazione della diffidenza nei confronti dell’Altro in un’occasione positiva di incontro, di scambio, di crescita reciproca.

Simone e Giacomo parlano senza mezzi termini poiché hanno sperimentato sulla loro pelle il significato di parole difficili come; pregiudizio, stereotipo, emarginazione, comportamenti figli del più becero bullismo. Promuovere la diversità di ciascun individuo è parte della loro missione, raccontarsi, mostrare ai coetanei dove sono arrivati lavorando, “rompere gli schemi” mettendoci la faccia. Sono serena. Mi specchio negli occhi di quei ragazzi in platea e percepisco già un cambiamento in quei giovani uomini e donne dai jeans strappati. Ora scattano selfie, dispiaciuti che l’incontro a scuola sia già finito e che Giacomo e Simone se ne tornino in Locanda.

Mi inorgoglisce pensare che; nel nostro piccolo, stiamo contribuendo alla formazione di un gruppo di giovani innovatori che saranno certamente in grado di sensibilizzare a loro volta tutto il contesto scolastico, le loro famiglie e magari domani l’intera cittadinanza.

Simona Balistreri

Psicologa e psicoterapeuta – I Girasoli Onlus (La Locanda dei Girasoli) 

 

 

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